Pubblicato 8 Dicembre 2014

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Recentemente mi sono recato in Germania, a Wolfsburg per definire le condizioni di una collaborazione che mi è stata offerta alla Neuland, una società immobiliare che cura la progettazione e la vendita delle abitazioni e degli uffici della città. Wolfsburg, con i suoi 120’000 abitanti, si trova tra Hannover e Berlino ed è da sempre famosa per essere la sede storica dell’industria automobilistica della Volkwagen. La città è in costante crescita sia economica che demografica, dato che ogni giorno migliaia di persone si spostano, facendo anche due ore di viaggio, per andare a lavorare allo stabilimento: questo crea un’enorme domanda di abitazioni e anche di uffici che, direttamente o indirettamente, ruotano intorno all’industria automobilistica.

Partendo da nord: una grande struttura, la Autostad, è sorta nel 2000 proprio accanto alla fabbrica e ospita una grande quantità di padiglioni che espongono modelli e prototipi di auto, tutti inseriti in percorsi verdi e specchi d’acqua. Ci sono perfino due torri circolari in acciaio con migliaia di auto parcheggiate ad ogni piano. Quasi un enorme parco giochi delle auto, quindi.

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Attraversando con una passerella il fiume scopriamo il Phaeno: un gigantesco museo della scienza progettato da Zaha Hadid. Il Phaeno, ciclopico monumento di cemento, si erge in una piazza che consente di ammirarlo da lontano e anche di percorrerlo al di sotto, camminando intorno all’”ordine gigante” dei “coni” di cemento su cui poggia l’edificio. Da lì si procede verso la strada pedonale principale, Porschestrasse, che in questo periodo accoglie lo street food dei mercatini di Natale. Dopo circa 15 minuti a piedi ci troviamo già a sud del centro urbano ed ecco che, attraversando la strada che incrocia la Porschestrasse e, di fatto, la conclude, arriviamo alla piazza sulla quale si trova il Kulturhaus di Alvar Aalto. La prima cosa che si nota sono le cinque aule-auditorium, tutte di altezze diverse, rivestite di pietra bianchissima “rigata” da strisce verticali nere, che si sorreggono su pilastri zigrinati. Dall’altra parte della piazza il Kulturhaus diventa più razionalista e apre le vetrate a nastro delle aule che si trovano su questo lato. Qui raggiungiamo il Kunstmuseum: una struttura in acciaio e vetro molto complessa, quasi brutalista. Siamo ormai fuori del centro e da qui si diramano dei percorsi pedonali che si innervano in un vastissimo parco pubblico ben disegnato, il CongressPark: a volte quasi collinare, a volte pianeggiante. Al centro troviamo il Planetario all’interno di una grande sfera di vetro e poco più in là, su una collina, il Theatre di Wolfsburg progettato da Hans Sharoun, che purtroppo (o per fortuna) è chiuso per ristrutturazioni. Da lì in poi uno sfondo verde incornicia il parco, per poi ospitare i vari quartieri residenziali che sono nati di lì a poco lontano.

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Quello su cui mi voglio soffermare però sono proprio le due architetture simbolo della città che, per l’appunto, si trovano una a nord, l’altra a sud dell’aggregato urbano forte: il Phaeno e il Kulturhaus. Metterle a confronto sarebbe sicuramente sbagliato, non tanto per i 40 anni che le dividono, la funzione che hanno e soprattutto per le opportune soluzioni costruttive totalmente diverse; quello che mi ha colpito e che vorrei confrontare è invece il pensiero architettonico, quasi filosofico – quello sì – dietro all’approccio che i progettisti hanno scelto.

Da una parte il Kulturhaus, nucleo in cui le arti e i mestieri si incontrano e grande esempio di architettura a “misura d’uomo” dove ogni forma e l’uso dei materiali risponde sempre ad un rigore stilistico che, sarà banale dirlo, riesce ancora ad essere attualissimo, forse perché fuori dal tempo: aaltiano. Ovunque viene guardato il Kulturhaus riserva sempre una “sorpresa”, una soluzione costruttiva o stilistica intelligente o uno spunto su cui viene voglia di soffermarci e riflettere. Quindi non una “sorpresa” disegnata per creare un effetto scenico o uno stupore, ma uno stimolo colto in cui viene sempre voglia di vedere come un materiale si accosta ad un altro o come un angolo crea un chiaro-scuro. Aalto ha creato un pezzo di città inserendo le forme massicce dei cinque auditorium, il cortile interno, la biblioteca e le aule-laboratori in una pianta libera, il tutto in un’altezza contenuta. Gli interni sono aaltiani in tutto: nell’uso del legno, nella intervisibilità degli spazi, nell’uso della luce naturale, nelle lampade.

Dall’altra parte c’è il Phaeno. Più di architettura bisognerebbe parlare di un monumento a Zaha Hadid: un’architettura per l’architetto e non un’architettura per le persone, verrebbe da pensare. Il museo della scienza, che ospita perlopiù gite scolastiche in cui gli studenti possono sperimentare piccole e grandi attrazioni fisico-scientifiche, è un’astronave di cemento dalle forme palesemente generate direttamente della progettazione ipertecnologica della super modellazione 3D. Ovviamente affascinante perché maestoso, dalla forma affusolata che sembra quella della chiglia di una nave, e di notte lo è ancora di più: illuminato da colori che cambiano continuamente e da proiezioni animate. Il Phaeno è una vera e propria attrazione del luogo: folle di persone, infatti, gli girano intorno per ottenere uno scatto suggestivo e ovviamente non mancano i selfie. E devo dire che io mi sono lasciato andare ai molteplici scatti che quella forma plastica suggerisce. Ma la gente fotografa il Phaeno così come fotografa una piramide nel deserto. È giusto che un’architettura debba attrarre quasi esclusivamente per la sua forma sfrenatamente virtuosa e hi-tech? La casa della cultura aaltiana sarà ormai un’attrazione meno scenica del Phaeno, ma con le sue forme decise e le sue soluzioni geniali – ma soprattutto con la sua discrezione – si differisce dal contesto sempre in modo misurato e questa non è solo una scelta stilistica ma soprattutto filosofica, che dipende quindi unicamente dal progettista. Se si preferisce stupire con forme fantascientifiche si rischia che la funzione e la funzionalità dell’architettura passino in secondo piano; quello che invece sicuramente ci si ricorderà sarà il nome dell’archistar.

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